Gli sport da combattimento sono violenti?

15/01/2016

Le Arti Marziali e gli sport di combattimento possono essere definite attività violente? 
Nell’immaginario di chi non pratica e non ha mai praticato i combat sport, le persone che si dedicano alla pratica di queste discipline sono violente ed hanno atteggiamenti da picchiatori o attaccabrighe, ma questa errata visione è anche una conseguenza dell’atteggiamento dei media che troppo spesso, per fini chiaramente utilitaristici, esaltano solo gli aspetti più crudi delle arti marziali e degli sport da ring. Per non parlare del cinema e delle sue distorsioni (i film alla Van Damme tanto per intenderci...).          

                   
La mia posizione sull'argomento “violenza e combat sport” è piuttosto netta: la violenza infatti è per me una caratteristica del tutto personale (del singolo atleta come della singola persona) e quindi non necessariamente insita in una particolare disciplina sportiva. Non credo quindi che gli sport di combattimento siano necessariamente e particolarmente "violenti".

 

Non sono incivili e violenti, ad esempio, certi atteggiamenti di molti giocatori di calcio, che cercano di ledere l’avversario fuori dalle regole e dal contesto del gioco? Per non parlare del comportamento di molti tifosi, che convogliano la loro espressione di rabbia quotidiana in esplosioni di violenza! Eppure il calcio è uno sport "stimato" e seguito praticamente da tutti!

 La corretta pratica di uno sport da combattimento invece, aiuta a conoscere la parte oscura, quella più istintuale di noi stessi, spesso repressa o mal-convogliata, facilitando, con la pratica costante, l’apprendimento del cosiddetto “auto-controllo”. Allenarsi seriamente nei combat sport porta quindi ad una maggiore consapevolezza di se stessi e consente ai praticanti di affrontare la vita ed il rapporto con gli altri in un’ottica più serena.

 

Nel più importante trattato sulle arti marziali, scritto 2000 anni or sono, il Taoista Sun Tzu sostiene che il miglior combattente è colui che vince senza combattere, ovvero, non è colui che padroneggia un’eccellente tecnica di combattimento o che è in possesso di indiscutibili doti atletiche o intellettuali, ma chi sa riconoscere l’insorgenza del malessere che conduce alla guerra prima che si manifesti e sa porvi rimedio. In pratica il miglior marzialista è colui che vive in armonia con l’ambiente, le persone e le cose, che lo circondano.
Perché allora gli stessi taoisti che perpetuavano questo insegnamento, tramandavano anche la pratica di tecniche di combattimento?

 Il motivo fondamentalmente è che l’arte marziale, attraverso lo studio del combattimento, tende a mettere al nudo, per sua stessa natura, alcune paure umane ed offre quindi un’occasione per “vedersi”. Coloro che risolveranno le proprie paure attraverso la rabbia e l’aggressività, non saranno secondo i taoisti dei buoni combattenti. Lo saranno invece coloro che riusciranno a superarle conducendo un’esistenza armoniosa…” In quest’ ottica, l’avversario non è “un nemico” ma è colui che ci aiuta a comprendere i nostri limiti. E la vera sfida è quindi contro noi stessi, le nostre paure, le nostre incertezze, le nostre debolezze.

 

E’ certamente vero che nelle palestre si possono trovare delle "teste calde", ma generalmente sono quelle che abbandonano subito o si danno una calmata dopo qualche round, ma ciò avviene solo quando i maestri danno molta importanza all’aspetto etico delle discipline, ed in questo senso, gli insegnanti hanno una grandissima responsabilità!

 

Dunque, la competizione volontaria e consapevole di una qualsiasi disciplina sportiva, praticata per passione e non per necessità, nel rispetto di regole condivise (tante o poche che siano) non può essere mai, a mio giudizio, considerata violenta. Ben diverso è il caso di chi ci costringe a competere tutti i giorni per poter vivere: L’annientamento dello stato sociale, il liberismo selvaggio, i lavoratori considerati "esuberi" e non "persone", le guerre sante decise dai potenti della terra, l’esportazione della democrazia con le armi.

 Questa per me è vera violenza, non trovo nulla di violento o immorale in due atleti preparati e consapevoli che si confrontano sul ring o sulla materassina nel pieno rispetto di uno specifico regolamento sportivo. Spesso questi atleti dopo aver combattuto duramente si scambiano segnali di sincera stima e rispetto reciproco subito dopo il match! 


Alcuni dei miei migliori amici sono stati miei diretti avversari in oltre 20 anni di Judo e agonismo, così come in altre discipline considerate ancor più violente come nel Pugilato, nelle MMA, nella Muay Thai, etc. Ed ad onor del vero alcuni di noi dovrebbero rivedere e riflettere su certi atteggiamenti da "super macho", "picchiatori" ecc. Mi piacerebbe, ad esempio, che non ci fossero in giro tante magliette e cappellini con pistole e coltelli, assassini, personaggi sanguinanti e sanguinari usati sovente per promuovere i combat sports. Per non parlare dei tatuaggi con riferimenti ultra violenti sfoggiati da alcuni di noi...

 Il problema sostanziale nasce dal pregiudizio delle persone, infatti quando vedono casualmente un guantone o una qualsiasi protezione nella borsa di un amico o parente, si allarmano e lo associano alle immagini cruente dei media, delle TV, ecc., considerando subito la persona un violento o un pazzo che pratica queste cose, senza neanche sapere che disciplina pratica o se magari fa solo FIT- KICKBOXE, dove neanche ci si sfiora, ed è un ottimo allenamento cardio vascolare. 

 

Gli addetti ai lavori hanno il compito di informare e dimostrare che le protezioni o il guantone non sono sinonimo di violenza o sangue, ma esclusivamente attrezzi che tutelano l’incolumità dell’avversario, proteggendolo dai colpi subiti. Purtroppo non è sempre facile, perché il messaggio che trasmette la TV, i media, i giornali, e tutto ciò che ruota intorno agli sport da combattimento, per creare spettacolo e business o suscitare l’interesse delle persone per fare audience, è quello di esaltare il più possibile la sottomissione dell’avversario, il sangue, i colpi da KO, ecc... A volte anche le Federazioni si trovano di fronte a scelte “strategiche” e quindi talvolta, per creare interesse collettivo, provano a modificare i regolamenti tecnici, con l’intento di suscitare maggior spettacolarità nello sport di riferimento.   

 Un altro pregiudizio e diceria frequente, ereditata dai vecchi ambienti pugilistici, è la domanda: “ma te lo hanno già rotto il naso?”, oppure “se non lo hanno già fatto, vedrai che …. lo faranno a breve”, oppure “che sei matto? tutti quei cazzotti in testa, poi diventi scemo”, che hanno comunque un fondo di verità, ma al giorno d’oggi con le nuove metodologie di allenamento, la diversa mentalità dei Maestri esperti ed atleti, uniti alle protezioni anti-shock di ultima generazione, non hanno più ragione di allarmare.  

 

Tutto questo porta a disorientare le persone che ignorano il nostro sport ed i suoi valori, soprattutto i genitori, che non lo conoscono e magari si sono imbattuti in palestre dove si pratica qualcosa di diverso e con scarsa professionalità, quindi penseranno di conoscere quello che in realtà non hanno mai visto fare con serietà, giudicandolo male a priori e causando inevitabilmente una pessima pubblicità negativa nel nostro sport.
Se non siamo noi praticanti a promuovere gli sport di combattimento per ciò che sono veramente, chi lo farà?

 


Autore dell'articolo

 

Roberto Villani

Responsabile Didattico UIPASC. Laureato in Scienze Motorie e dello Sport, Roma. Specializzato in metodologia dell'allenamento. Responsabile Centro Studi e Ricerche Sport da Combattimento. Preparatore atletico di judo, lotta, mma, ju-jitsu e pugilato.


 

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